Le Chiavi di Lettura Critica

di Stefano Velotti, Maurizio Fagiolo Dell'Arco, Paolo Balmas, Barbara Ponti Iozzi, Roberto Gramiccia, Rosetta Angelini, Giuseppe Rosario Ierfino.

TESTI CRITICI


Come per il mitico re Mida ogni cosa che toccava si trasformava fatalmente in oro, così per Massimo Petrucci ogni pensiero si articola e prende immediatamente corpo in immagini, onde d’urto colorate e architetture visive.

La storia mondiale e gli eventi locali, il tessuto e la vita della città, le religioni e i fatti della politica, le trasformazioni sociali e i prodotti commerciali, personaggi famosi e personaggi inventati (come nel meraviglioso teatrino abitato dai Minions), parole numeri segni e segnali: tutto è aspirato e accolto nelle sue visioni e resta intrappolato, “all over”, nei suoi dipinti.

Una cartografia fantastica, una scrittura prima della scrittura, anche quando nei suoi lavori è possibile leggere intere frasi o parole isolate, spesso giocosamente “lavorate”, con humor e ironia, con allegria o sgomento.

Per questo le sue tele, e gli altri supporti su cui opera (vetro, legno, scarti d’arredamento, oggetti trovati) si riempiono fino all’inverosimile, disponendo in un caleidoscopio la materia del mondo e le sue domande senza risposta.

Questo magnetismo esercitato dai suoi lavori nei confronti di tutti i frammenti della vita – interna ed esterna, senza un’interposizione di barriere impermeabili – è però anche un modo di accoglierla in sé, di darle un ordine e una casa, forse un riscatto e una salvezza.

Ogni porzione dei suoi dipinti sembra racchiudere piccoli cosmi, spazi abitati da monadi, talvolta incontenibili nel perimetro della tela, altre volte abbracciati e contenuti all’interno di cornici dipinte, bolle o anelli incantati.

Queste opere così traboccanti di vita, così piene – dove l’inconscio coabita sullo stesso piano della materia e dei segni - sono altrettanti inviti, rivolti a chi le osserva, a condividere gli interrogativi, i desideri, le fantasie, le ferite e le contraddizioni che in esse prendono corpo: una domanda di ascolto, di dialogo.

Un mettersi generosamente in gioco, da parte dell’artista, che è un’affettuosa richiesta, rivolta agli spettatori, di partecipare al gioco proposto e di interrogarsi sui suoi enigmi.

                                                                  Stefano Velotti

 


               “Segni e non SOGNI”

               diceva Licini

 

La didattica dell’immaginazione: questo prova a fare un giovane artista che vede l’arte più viva che mai. La vede come territorio della didattica (“ce qui manque à nous tous” come diceva Engels e come diranno i Surrealisti) del confronto tra pensare e disegnare, cioè tra progettare e agire, ma anche per fortuna come discorso allegro e molto poco mitico. Oggetto che diventa concetto, soggetto che pensa disegnando e disegna pensando: alchimista tornato nel labor-oratorium con poche preghiere e un po’ di lavoro in più.

 

Si può dipingere il silenzio, si possono far parlare i pesci, si può disegnare una lingua mentale, si può immaginare l’immaginazione.

 

E così, il segno si carica (già, proprio nel senso di caricatura) di imprevedibili sottofondi e moltiplica i sottintesi (il veggente vede la visione in modo visionario) il paradosso diventa regola.

 

Oggi che diventa sempre più necessario scoprire piuttosto che inventare, i fogli di un giovane filologo di Babele dimostrano quanto sia casuale la necessità oltre che necessario il caso. Questo lungo discorso logico-filosofico in forma di diario esplora alcune possibilità d’un tempo post-gutemberghiano, mettendosi come primo spettatore davanti al camino, divagante ma graffiante della penna al lavoro. Petrucci assiste alla garbata cerimonia di un matrimonio tra segno e immagine, tra “piacere del testo” e iconoclastia.         

                                                                                                                                                                                                                            Maurizio Fagiolo dell’Arco

 

              

 

 

 

    COLLEZIONE “ART BREAK CLUB”

                              

                            

  L’immagine che MassimoLorenzo Petrucci ci propone è ancora un’immagine della città. Non ci sono le strade, le luci, i palazzi, ma è comunque un’immagine della città.

                              

                             Capire una città vuol dire viverci, descriverla vuol dire risponderle. Non si può rappresentare una città così come si rappresenta un paesaggio; o si gioca il suo gioco o ci si ritrova altrove, magari a fantasticare di una natura che non c’è più. Una città, lo sappiamo, non è un luogo ma un insieme di eventi; così una tela o un disegno di Petrucci: non un racconto ma una tempesta di informazioni, non un ritrarre ma un indicare lo spazio e l’attimo in cui sta accadendo qualcosa.

                              

                             Petrucci sembra non amare il passato, non ne parla mai. In realtà lo ama a modo suo, lo ama come specchio del divenire, come controcalco dei mutamenti progressivi attraverso cui si costruisce il futuro.

                              

                             Fantascienza e culto del progresso, però, in tutto questo non c’entrano per nulla, così come non c’entra il fascino ambiguo della tecnologia elettronica capace solo di costruire relitti sempre più avanzati e sofisticati.

                              

                             Il futuro non è altro che la religione della metropoli, l’unica religione che ancora unisce i suoi smaliziatissimi abitatori. A questo dio sacrifichiamo di continuo tutti insieme attraverso l’inevitabile coralità del linguaggio. Se il collasso dell’informazione è il nostro nuovo incubo, salvarsi l’anima oggi vuol dire essere in grado di riplasmare a ritmi sempre più serrati l’universo dei segnali e dei segni, saper disperdere ogni ingorgo di sostanza semiotica, saper svincolare dalle scorie incombuste del senso accumuli sempre più micidiali di energia pulsionale. Insomma, essere capaci di agire non più su questa terra ma in una dimensione impalpabile e quotidiana che ci sovrasta come cielo artificiale. Un cielo incredibilmente profondo attraversato da colori e bagliori mai visti, ogni giorno più belli.

                                                                               Paolo Balmas

 

            

                

ALIMENTAZIONI MENTALI

Nella serialità e massificazione del mondo odierno; di vissuti fatti di scatole, prodotti, slogan: “esercizi Quotidiani” di vivere sociale; alimentazione “fisica” di realtà bio-tecnologica del reale, si dispiega l’operato di Massimo Petrucci.

 

Gli Ovali progetti del pensiero, forme circolari a due fuochi, unità che includono diversità, polidinamiche plurime, sono il motore “vitale” del concetto neoplatonico di idea.

 

Le opere di Massimo Petrucci, conglomero di segni grafici, di linguaggi segnici, sono enucleazioni del pensiero, di un nuovo seppure “antico” linguaggio, un “nutrimento” per la mente e, come tale, rivelazione consapevole di idee di potenza, come manifestazioni in attesa di essere manifestate.

 

Ovali come spazi di libertà, dominati dalla pluridimensionalità dell’immaginario, una quarta dimensione in divenire da espletare come un “nulla”, trasparente e spaziale ma colmo di possibilità; gli ovali si affermano come motore-struttura dell’intelletto, libera espressione di pensiero, non più vincolato dalla forma, quest’ultima compenetrata e sublimata, ma immerso nella materia del colore, per espandersi e tradursi in “sentire pittorico” che è esercizio, contenuto ed emozione.

 

Le alimentazioni mentali di Massimo Petrucci rivelano la convivenza di intelletto ed immaginazione, di ratio ed emozione, di un’Arte – linguaggio – filosofia come “fetta” di tempo di una realtà non fisica, impercettibile eppure percepita.

 

                             Barbara Ponti Iozzi

 

 

               

I PAESAGGI di Massimo

 

          Il paesaggio immaginario di MassimoLorenzo Petrucci prima di tutto profuma di libertà. La libertà che noi amiamo è quella che ci solleva dai bisogni del corpo e dello spirito. E si vede che Massimo questa libertà se l’è ritagliata e la difende.

          Non esistono, infatti, nell’opera di questo artista romano vincoli di mercato o di scuola capaci di legare la sua mano, che scorre quindi sulla carta o sulla tela tracciando segni e stendendo colori che seguono itinerari semi automatici. Dico “semi” perché l’apertura sul profondo del sua ricerca non tende all’automatismo psichico più assoluto dei surrealisti di Breton.

          Massimo ha un occhio aperto sulla realtà e uno sull’inconscio e l’incrociarsi degli sguardi monoculari contamina un immaginario che è, insieme, attuale e antichissimo, personale e collettivo, sociale  ma anche immerso nelle suggestioni di una visione cosmica e naturalistica.

          L’occhio dal quale la visione prende origine, le onde , i pesci e i riflessi, le necropoli dai sassi numerati e le antiche vestigia, i monitor e il profilo di barche issate su una montagna – tutto - il disordine di una frantumazione estrema recupera l’epifania di una sorprendente unitarietà.

          E così ogni cosa ritorna all’unità con una freschezza che fa pensare al migliore dei Doganieri Rousseau possibile nei nostri tempi barbari.

          Petrucci non ha e non tollera padroni. Per questo ci piace.

               E la sua stravaganza trasognata è il miglior sigillo dell’ anarchia che lo guida.


                       Roberto  Gramiccia

 
  

 

Massimo Lorenzo Petrucci, non è architetto ma è nato

in quello stesso clima

sensibile, artistico, umanistico, estetico, tecnico e creativo.

I suoi genitori sono, una madre amante l’Italia, e le democrazie anglosassoni, ed un padre architetto essenzialista, strutturalista e razionalista.

Le sue migliori opere,

quelle più capaci di una rappresentazione intima e quindi autentica, ci comunicano come tutto il creato “storico” e naturale abbia segnato l’animus di Petrucci.

Ha svolto brillantemente la sua carriera considerando l’architettura del mondo come il reale contenitore di ogni altra arte che occupi lo spazio con vero amore e cura per la vita, per i suoi motivi fondamentali (quasi eterni) e per i suoi incessanti cambiamenti, salti di qualità, mutamenti e aggiustamenti necessari all’espansione del progresso civile, umano e  tecnologico.

Forse anche perché il fine dell’architettura è proprio il bisogno dell’uomo.

Un pensiero così fortemente emotivo e vasto quanto può essere sconfinata un’emozione e acuto come è solo un bisogno vero di comunicazione, libero da logiche inquinanti, fa nascere disegni e pitture, segni e colori, nel loro compiacersi di essere essi stessi, le basi di partenza del vocabolario di una libera immaginazione, svincolata da uno specifico valore d’uso, in quella grande libertà dovuta alla purezza del pensiero.

Le parole impresse nelle sue opere sono usate come colpi di colore, sono il segno della nuova era; oggi siamo sottoposti e condizionati da parole come iban, pin o password, ecco quindi come nei suoi lavori, spazio, tempo, storia ed emozioni sono tessuti insieme e, come un viaggio immaginario, attraverso percorsi spesso articolati ma raffinati, si arriva a vedere sentire conoscere

          mondi ancora inesplorati.


                                       Rosetta Angelini

                                        Architetto - Art Director  




PENSIERI PENSATI
       IN POESIA DI  COLORI 
CHE SALGONO DALLE PROFONDITA'
       E VANNO A FONDERSI
IN DANZA DI LUCE
DI UNA AURORA BOREALE.
 

"Massimo !

Poeta del colore.

Atto creativo in atto.

Caos.

Parola di Dio.

Volo di farfalla.

Grido di gabbiano ferito a morte.

 I tuoi sono i colori del Creato.

Modigliani,

Van Gogh,

Chagall,

tuoi fratelli e compagni

sono contenti.

Che

Dio Ti protegga,

bel bambino

brontolone ed arruffone.

Gioiello eterno ! "

 Sabato 10/03/2012   Giuseppe Rosario Ierfino


 

           

 

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LUCIANO BONANNI | Risposta 15.01.2014 21.51

UNA INTRODUZIONE DI VITA CONTEMPORANEA ESPOSTA NEI CAFFE' DOVE LA COLAZIONE DIVENTA PSICOFISICA DELLA BELLEZZA LIBERATORIA DEL QUARTIERE DI SANLORENZO IN ROMA.

Giulio Stefano P. | Risposta 12.03.2012 19.23

Trovo bellissima la Poesia scaturita dall'Animo di Giuseppe Ierfino. E' giusto che sia inserita nella sezione "CRITICA" e "Chiavi di Lettura CRITICA" !

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Commenti più recenti

26.07 | 11:03

Complimenti anche a GiulioStefano Petrucci per il sito e tutto il lavoro dietro le quinte. Potresti essere quasi considerato un Teo dei tempi nostri!

...
25.07 | 09:51

Questo è magnifico!

...
25.07 | 09:50

Questa è una delle mie preferite!!!

...
25.07 | 09:02

Complimenti per il tuo lavoro, la tua passione e la tua perseveranza!!!!

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